Con l’inizio della stagione di pesca del salmone selvaggio in Alaska, atteso per il primo luglio, è naturale chiedersi: quanto è sicuro portare in tavola un prodotto che arriva dall’altra parte del mondo? Recentemente alcuni consumatori hanno sollevato dubbi legati a contaminanti e controlli sanitari, ma la risposta è già scritta nella filiera. Ecco perché.
Le acque incontaminate della FAO 67
Il salmone che arriva sulle tavole italiane e viene proposto da Coam, attraverso il proprio marchio Scandia, proviene da una zona ben precisa, indicata in etichetta con il codice FAO 67. Questa sigla identifica il tratto di Oceano Pacifico nord-orientale, spesso messo sotto accusa per presunti livelli elevati di inquinanti. Tuttavia, l’area da cui proviene il salmone selvaggio di Coam si trova lungo la costa dell’Alaska e parte del Canada: non una zona qualsiasi, ma una regione caratterizzata da ampie baie esposte a forti correnti, dove le acque fredde dell’Artico si mescolano con quelle più calde del Sud America, generando una forte ossigenazione.
Si tratta inoltre di una delle aree marine più protette al mondo. Qui la pesca è regolamentata e la zona non è soggetta a forme di inquinamento industriale, come scarichi chimici, industrie pesanti o agricoltura intensiva.
Pescare in quest’area specifica significa garantire una provenienza da un ambiente naturalmente salubre, dove le normative sulla pesca sostenibile sono applicate con rigore e spesso superano gli standard minimi previsti. È un ecosistema in cui le comunità di pescatori locali operano seguendo protocolli pensati per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente, assicurando che ogni esemplare venga catturato con metodi selettivi e nel pieno rispetto dei cicli naturali.
Controlli a bordo della nave
Ogni salmone pescato è sottoposto a rigorosi controlli sanitari. Prima dell’inizio della stagione di pesca vengono prelevati campioni d’acqua ed esemplari, inviati poi in laboratorio per verificare l’assenza di contaminanti come mercurio, PCB, diossine o metalli pesanti. Solo in seguito all’esito favorevole di queste analisi certificate viene autorizzato l’avvio della stagione di pesca.
Una volta avviata, e per tutta la sua durata, gli esemplari catturati continuano a essere sottoposti a controlli e analisi approfondite, anche per valutarne il profilo nutrizionale. Il salmone entra nella filiera alimentare soltanto se rispetta i parametri di legge.
È importante sottolineare che una parte delle certificazioni riguarda anche la presenza di batteri e parassiti, fattori che possono costituire un rischio in caso di gestione non controllata del pescato. Tuttavia, un’origine selvatica non implica automaticamente un pericolo: nel caso del salmone proveniente da Alaska e Canada, vengono seguiti protocolli IFS/HACCP e pratiche di abbattimento della temperatura che garantiscono sicurezza e qualità anche per il consumo a crudo.
Controlli in dogana nei porti europei
Una volta che il pesce giunge in Europa attraverso i canali portuali, scattano i controlli istituzionali. Ogni lotto viene sottoposto a campionamenti veterinari da parte delle autorità sanitarie locali. Vengono svolti test a campione per verificare che il prodotto rispetti i limiti europei in materia di contaminanti chimici, pesticidi, residui veterinari e tossine naturali. Se un esemplare risulta fuori norma, il lotto viene immediatamente bloccato e distrutto. Al contrario, un riscontro positivo genera l’autorizzazione alla distribuzione sul mercato europeo.
Il doppio passaggio di controlli, dal punto di origine e nei punti di ingresso, garantisce che ogni prodotto sia valutato secondo gli standard dell’UE. Nessun salmone selvaggio del Pacifico supera questi controlli senza il via libera delle autorità.
Sicurezza negli stabilimenti di lavorazione
Una volta sdoganato al porto, il salmone selvaggio raggiunge lo stabilimento di Morbegno, nel pieno rispetto della catena del freddo, dove viene lavorato da Coam. Qui si applicano protocolli che coniugano rigore artigianale e normative avanzate in materia di igiene e tracciabilità. Ogni lotto è identificato da un codice univoco che raccoglie tutte le informazioni relative al pescato: zona FAO, data e metodo di pesca.
Passano poi controlli microbiologici e sensoriali, nonché fasi di affumicatura lenta con legni selezionati del Nord Europa. Gli uffici qualità raccolgono i dati giornalmente e supervisionano tutto il processo. Non si tratta solo di qualità sensoriale, ma anche e soprattutto di sicurezza alimentare costante.
Cosa dicono gli studi scientifici
La comunità scientifica americana, attraverso enti come il Department of Environmental Conservation (DEC) e il National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), ha ripetutamente promosso studi che confermano i bassissimi livelli di contaminanti nel salmone selvaggio del Pacifico. Rispetto al pesce di allevamento, che può accumulare residui di antibiotici, pesticidi e microinquinanti presenti nei mangimi, il salmone selvaggio presenta un profilo più “pulito”. Gli unici rischi moderati possono derivare dalla presenza di parassiti come Anisakis, ma queste minacce vengono annullate dalle corrette pratiche di surgelazione e controlli HACCP.
Il significato per il consumatore
Tutto questo non serve a complicare la tua scelta, ma al contrario a renderla più consapevole. La prossima volta che troverai la dicitura “salmone selvaggio dell’Alaska FAO 67” su una confezione, sappi che dietro c’è un percorso rigoroso. Non è soltanto un messaggio di marketing: è un filo rosso che parte da un’area di pesca sottoposta a controlli severi, attraversa analisi internazionali e doganali, e arriva fino alla lavorazione artigianale in Italia. Un percorso pensato per offrirti non un prodotto qualsiasi, ma un alimento controllato, sicuro e adatto alla tua tavola,
Un invito alla conoscenza
Quando scegli un prodotto come il salmone selvaggio del Pacifico firmato Scandia, hai la certezza che ogni fase è stata certificata, analizzata e rinnovata secondo le norme europee. In poche parole, puoi gustarlo con serenità, sapendo che dietro ogni fetta c’è un processo di grande affidabilità.