Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso della “zona FAO” quando si acquistano prodotti ittici. La vediamo scritta sulle confezioni, ne parlano chef e nutrizionisti, e da qualche tempo se ne discute anche sui social. Ma cosa significa davvero questa dicitura? Perché è diventata così importante da influenzare la scelta di consumatori attenti e consapevoli?
La risposta sta in un’esigenza che coinvolge tutti: sapere da dove arriva il cibo che portiamo in tavola. Nel mondo del pesce, e in particolare quando si parla di salmone e di prodotti di alta qualità, conoscere l’origine e la modalità di pesca non è più un’opzione, ma un elemento imprescindibile per chi cerca trasparenza, sostenibilità e gusto autentico. Ecco perché capire che cos’è la zona FAO è oggi fondamentale.
Cos’è la Zona FAO e perché compare in etichetta
La “Zona FAO” è una classificazione geografica stabilita dalla Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite. Il suo scopo principale è quello di suddividere le acque marine e interne del pianeta in aree ben definite, utili per raccogliere dati statistici, monitorare le attività di pesca e favorire una gestione sostenibile delle risorse. Ogni zona è identificata da un numero, come ad esempio la FAO 67 per il Pacifico Nord-Orientale (dove viene pescato il salmone selvaggio dell’Alaska), o la FAO 37 che indica le acque del Mediterraneo e del Mar Nero.
Ma la zona FAO non è solo uno strumento tecnico. È un’informazione preziosa che viene riportata obbligatoriamente in etichetta per legge. Il Regolamento Europeo 1379/2013, infatti, impone a chi vende pesce fresco o trasformato di indicare chiaramente il luogo di cattura o di allevamento. In questo modo, il consumatore ha a disposizione un’informazione concreta e verificabile sulla provenienza del prodotto. Nel caso del pesce selvaggio, l’etichetta deve riportare il numero della zona FAO in cui è stato pescato. Se invece si tratta di pesce allevato, deve essere indicato il paese di allevamento. Questa distinzione è fondamentale per leggere con consapevolezza ciò che si acquista.
Come leggere l’etichetta: un gesto semplice ma decisivo
Quando si sceglie un prodotto ittico, soprattutto se affumicato o trasformato, è bene prendersi qualche secondo per osservare attentamente l’etichetta. Non basta fidarsi delle immagini, delle grafiche accattivanti o di diciture come “premium”, “natura selvaggia” o “qualità gourmet”, che spesso non corrispondono a reali certificazioni o caratteristiche oggettive. Quello che conta davvero è ciò che la legge impone di scrivere: la specie del pesce, la sua provenienza e, nel caso del pesce selvaggio, la zona FAO.
Facciamo un esempio pratico: un salmone selvaggio pescato in Alaska riporterà la dicitura “Zona FAO 67”. Questo è un dato oggettivo, non interpretabile, che consente di identificare il prodotto come proveniente dal Pacifico Nord-Orientale. È proprio questa zona, infatti, a ospitare le marinerie certificate che gestiscono la pesca del salmone selvaggio nel pieno rispetto dell’ecosistema e delle stagionalità naturali. In assenza di questa dicitura, o quando viene indicato solo un paese generico senza riferimenti alla zona di pesca, è lecito farsi qualche domanda in più. È possibile che si tratti di pesce allevato o di un prodotto la cui origine non è del tutto trasparente.
Zona FAO e sostenibilità: un binomio sempre più stretto
Conoscere la zona FAO di provenienza del pesce che consumiamo non è importante solo per motivi di trasparenza. È anche un modo per contribuire a scelte più sostenibili e responsabili. Ogni zona FAO, infatti, è monitorata da enti internazionali che verificano l’andamento delle risorse ittiche, i volumi di pesca consentiti, e le pratiche adottate dalle marinerie locali.
Prendiamo di nuovo l’esempio della zona FAO 67: qui la pesca del salmone selvaggio avviene solo durante pochi mesi all’anno, nel pieno rispetto dei cicli naturali di vita dei pesci. I metodi utilizzati, come il sistema “troller” (una pesca con lenze individuali che riduce al minimo le catture accidentali), sono considerati tra i più selettivi e rispettosi dell’ambiente. Inoltre, molti produttori attivi in questa zona aderiscono a certificazioni internazionali come FOS (Friend of the Sea) o MSC (Marine Stewardship Council), che attestano la sostenibilità della pesca e la tutela della biodiversità marina.
Scegliere un prodotto ittico con indicazione precisa della zona FAO, quindi, non è solo una garanzia di qualità. È anche un gesto concreto verso la tutela degli oceani e delle comunità che da essi dipendono.
Una guida per consumatori consapevoli
Sempre più consumatori scelgono di informarsi e pretendere chiarezza. La Zona FAO è diventata uno dei parametri più semplici ed efficaci per distinguere un prodotto davvero selvaggio, ovvero pescato allo stato libero, da uno che magari sfrutta solo un naming suggestivo. Per questo è importante non farsi ingannare da denominazioni fuorvianti: ciò che conta è la presenza, in etichetta, di dati precisi e verificabili.
Oltre alla zona FAO, è utile controllare anche altri elementi: la specie del pesce (spesso indicata con il nome scientifico), il metodo di pesca o allevamento, la presenza di certificazioni riconosciute, l’eventuale aggiunta di additivi o coloranti. Ogni dettaglio aiuta a costruire una scelta più informata.
Le principali zone FAO da conoscere
FAO 27 – Atlantico Nord-Orientale
È una delle zone di pesca più note, che comprende le acque dell’Europa settentrionale, tra cui il Mare del Nord, il Mar di Norvegia e parte dell’Oceano Atlantico che bagna paesi come Islanda, Irlanda, Norvegia, Regno Unito, Francia e Spagna. Da qui provengono molti pesci bianchi (come merluzzi e naselli) e aringhe. È una zona ben regolamentata, spesso soggetta a controlli e piani di gestione sostenibile.
FAO 37 – Mar Mediterraneo e Mar Nero
Questa zona è molto vicina a noi ed è una delle più facilmente riconoscibili. Comprende tutte le acque del Mediterraneo e del Mar Nero, includendo le coste italiane, francesi, greche, spagnole, turche, nordafricane e balcaniche. I prodotti ittici provenienti da questa zona includono orate, spigole, alici, sarde e polpi. Tuttavia, è una zona considerata a rischio sovrasfruttamento e soggetta a monitoraggi ambientali sempre più serrati.
FAO 67 – Pacifico Nord-Orientale
Questa è la zona chiave per la pesca del salmone selvaggio dell’Alaska. Comprende le acque fredde e pulite del Pacifico nord-orientale, lungo le coste dell’Alaska, degli Stati Uniti nord-occidentali e del Canada. È una delle zone FAO più riconosciute per la pesca sostenibile e certificata, regolata con grande attenzione dalle autorità locali e internazionali. I salmoni pescati in questa zona sono tra i più pregiati al mondo per qualità nutrizionale e gusto.
FAO 61 – Pacifico Nord-Occidentale
Questa zona comprende le acque intorno al Giappone, alla Corea e alla costa orientale della Russia. È una delle aree più produttive al mondo in termini di quantità pescata, soprattutto per quanto riguarda specie come tonni, sgombri, seppie e molluschi. Anche qui si trovano pescherie ben regolamentate, anche se il livello di sostenibilità può variare da zona a zona.
FAO 41 – Atlantico Sud-Occidentale
Questa zona si estende lungo le coste dell’America meridionale, in particolare Argentina, Uruguay e Brasile. È famosa per la pesca del merluzzo, calamari e crostacei. Il pescato da questa zona è molto diffuso nei mercati internazionali, anche se spesso arriva sotto forma di prodotti trasformati o surgelati.
FAO 51 – Oceano Indiano Occidentale
Include le acque al largo dell’Africa orientale, del Medio Oriente e dell’India occidentale. È una zona molto utilizzata per la pesca di tonno pinna gialla, pesce spada, pesci pelagici e gamberi. Le pratiche di pesca qui sono molto eterogenee: esistono progetti di pesca sostenibile, ma anche attività intensive meno controllate.
FAO 57 – Oceano Indiano Orientale
Comprende le acque tra l’Indonesia, l’Australia nord-occidentale e parte del sud-est asiatico. È una zona importante per la pesca artigianale e industriale, da cui provengono tonni, pesce volante, e diversi crostacei. Anche in questo caso, l’origine e le pratiche variano molto da paese a paese, rendendo necessaria un’attenta lettura dell’etichetta.
FAO 58 – Oceano Indiano Antartico
Zona poco nota, ma fondamentale per la pesca di specie come il merluzzo dell’Antartico (dissostichus eleginoides), noto anche come “Patagonian toothfish”. Le acque sono fredde e profonde, e il pesce che ne proviene è spesso molto pregiato. Le attività di pesca sono soggette a regolamentazioni severe per evitare impatti sull’ecosistema antartico.
FAO 81 – Pacifico Sud-Occidentale
Include le acque a est dell’Australia e intorno alla Nuova Zelanda. È una zona ben regolamentata, spesso citata per la pesca sostenibile del hoki, di pesci pelagici e anche di crostacei. I prodotti provenienti da quest’area sono diffusi soprattutto nei mercati asiatici e anglosassoni.
FAO 87 – Pacifico Sud-Orientale
Copre le acque al largo delle coste di Cile e Perù. È una delle zone FAO più produttive del pianeta per la pesca di acciughe peruviane e sardine. È fortemente legata anche all’industria della farina di pesce e agli stock ittici oceanici.
FAO 88 – Pacifico Antartico
Zona estremamente remota e delicata, comprende le acque attorno all’Antartide nel Pacifico meridionale. È coinvolta in progetti di pesca scientificamente controllata, soprattutto per specie di acque profonde. Le attività qui sono minime e strettamente regolamentate per garantire l’equilibrio di uno degli ecosistemi più vulnerabili al mondo.